sabato 3 luglio 2021

Il Piacere. Libro Secondo [1]

 La convalescenza e’ una purificazione e un rinascimento. Non mai il senso della vita è soave come dopo l’angoscia del male; e non mai l’anima umana più inclina alla bontà e alla fede come dopo aver guardato negli abissi della morte. Comprende l’uomo, nel guarire, che il pensiero, il desiderio, la volontà, la conscienza della vita non sono la vita. Qualche cosa è in lui più vigile del pensiero, più continua del desiderio, più potente della volontà, più profonda anche della conscienza; ed è la sostanza, la natura dell’essere suo. Comprende egli che la sua vita reale è quella, dirò così, non vissuta da lui; è il complesso delle sensazioni involontarie, spontanee, incoscienti, istintive; è l’attività armoniosa e misteriosa della vegetazione animale; è l’impercettibile sviluppo di tutte le metamorfosi e di tutte le rinnovellazioni. Quella vita appunto in lui compie i miracoli della convalescenza: richiude le piaghe, ripara le perdite, riallaccia le trame infrante, rammenda i tessuti lacerati, ristaura i congegni degli organi, rinfonde nelle vene la ricchezza del sangue, riannoda su gli occhi la benda dell’amore, rintreccia d’intorno al capo la corona de’ sogni, riaccende nel cuore la fiamma della speranza, riapre le ali alle chimere della fantasia.

Dopo la mortale ferita, dopo una specie di lunga e lenta agonia, Andrea Sperelli ora a poco a poco rinasceva, quasi con un altro corpo e con un altro spirito, come un uomo nuovo, come una creatura uscita da un fresco bagno letèo, immemore e vacua. Parevagli d’essere entrato in una forma più elementare. Il passato per la sua memoria aveva una sola lontananza, come per la vista il cielo stellato è un campo eguale e diffuso sebbene gli astri sian diversamente distanti. I tumulti si pacificavano, il fango scendeva dall’imo, l’anima facevasi monda; ed egli rientrava nel grembo della natura madre, sentivasi da lei maternamente infondere la bontà e la forza.
Ospitato da sua cugina nella villa di Schifanoja, Andrea Sperelli si riaffacciava all’esistenza in cospetto del mare. Poiché ancóra in noi la natura simpatica persiste e poiché la nostra vecchia anima abbracciata dalla grande anima naturale palpita ancóra a tal contatto, il convalescente misurava il suo respiro sul largo e tranquillo respiro del mare, ergeva il suo corpo a similitudine de’ validi alberi, serenava il suo pensiero alla serenità degli orizzonti. A poco a poco, in quegli ozii intenti e raccolti, il suo spirito si stendeva, si svolgeva, si dispiegava, si sollevava dolcemente come l’erba premuta in su’ sentieri; diveniva infine verace, ingenuo, originale, libero, aperto alla pura conoscenza, disposto alla pura contemplazione; attirava in sé la cose, le concepiva come modalità del suo proprio essere, come forme della sua propria esistenza; si sentiva infine penetrato dalla verità che proclamava l’Oupanischad dei Veda: «Hae omnes creaturae in totum ego sum, et praeter me aliud ens non est. » Il gran soffio d’idealità che esalano i libri sacri indiani, studiati e amati un tempo, pareva lo sollevasse. E tornava a risplendergli singolarmente la formula sanscrita, chiamata Mahavakya cioè la Gran Parola: «TAT TWAM ASI »; che significa: « Questa cosa vivente, sei tu. »
Erano i giorni ultimi di agosto. Una quiete estatica teneva il mare; le acque avean tal transparenza che ripetevan con perfetta esattezza qualunque imagine; l’estrema linea delle acque perdevasi nel cielo così che i due elementi parevano un elemento unico, impalpabile, innaturale. Il vasto anfiteatro dei colli, popolato d’olivi, d’aranci, di pini, di tutte le più nobili forme della vegetazione italica, abbracciando quel silenzio, non era più una moltitudine di cose ma una cosa unica, sotto il comune sole.
Il giovine, disteso all’ombra o addossato a un tronco o seduto su una pietra, credeva di sentire in sé medesimo scorrere il fiume del tempo; con una specie di tranquillità catalettica, credeva sentir vivere nel suo petto l’intero mondo; con una specie di religiosa ebrietà, credeva posseder l’infinito. Quel ch’ei provava era ineffabile, non esprimibile neppur con le parole del mistico: « Io sono ammesso dalla natura nel più secreto delle sue divine sedi, alla sorgente della vita universa. Quivi io sorprendo la causa del moto e odo il primo canto degli esseri in tutta la sua freschezza. » La vista a poco a poco mutàvaglisi in visione profonda e continua; i rami degli alberi sul suo capo gli parevan sollevare il cielo, ampliare l’azzurro, risplendere come corone d’immortali poeti; ed egli contemplava ed ascoltava, respirando col mare e con la terra, placido come un dio.
Dov’eran mai tutte le sue vanità e le sue crudeltà e i suoi artifici e le sue menzogne? Dov’erano gli amori e gli inganni e i disinganni e i disgusti e le incurabili ripugnanze dopo il piacere? Dov’erano quegli immondi e rapidi amori che gli lasciavan nella bocca come la strana acidezza di un frutto tagliato con un coltello d’acciaio? Egli non si ricordava più di nulla. Il suo spirito avea fatto una grande renunziazione. Un altro principio di vita entrava in lui; qualcuno entrava in lui, segreto, il quale sentiva la pace profondamente. Egli riposava, poiché non desiderava più.
Il desiderio aveva abbandonato il suo regno; l’intelletto nell’attività seguiva libero le sue proprie leggi e rispecchiava il mondo oggettivo come un puro soggetto della conoscenza; le cose apparivano nella lor forma vera, nel lor vero colore, nella vera ed intera lor significazione e bellezza, precise, chiarissime; spariva ogni sentimento della persona. In questa temporanea morte del desiderio, in questa temporanea assenza della memoria, in questa perfetta oggettività della contemplazione appunto era la causa del non mai provato godimento.

Die Sterne, die begehrt man nicht,
Man freut sich ihrer Pracht.

« Le stelle, uom non le desidera, – ma gioisce del lor fulgore. » Per la prima volta, infatti, il giovine conobbe tutta l’armoniosa poesia notturna de’ cieli estivi.
Erano le ultime notti d’agosto, senza luna. Innumerevoli, nella profonda conca, palpitava la vita ardente delle constellazioni. Le Orse, il Cigno, Ercole, Boote, Cassiopea riscintillavano con un palpito così rapido e così forte che quasi parevano essersi appressati alla terra, essere entrati nell’atmosfera terrena. La Via Lattea svolgevasi come un regal fiume aereo, come un adunamento di riviere paradisiache, come una immensa correntìa silenziosa che traesse nel suo « miro gurge » una polvere di minerali siderei, passando sopra un àlveo di cristallo, tra falangi di fiori. Ad intervalli, meteore lucide rigavano l’aria immobile, con la discesa lievissima e tacita d’una goccia d’acqua su una lastra di diamante. Il respiro del mare, lento e solenne, bastava solo a misurare la tranquillità della notte, senza turbarla; e le pause eran più dolci del suono.
Ma questo periodo di visioni, di astrazioni, di intuizioni, di contemplazioni pure, questa specie di misticismo buddhistico e quasi direi cosmogonico, fu brevissimo. Le cause del raro fenomeno, oltre che nella natura plastica del giovine e nella sua attitudine alla oggettività, eran forse da ricercarsi nella singolar tensione e nella estrema impressionabilità del suo sistema nervoso cerebrale. A poco a poco, egli incominciò a riprender coscienza di sé stesso, a ritrovare il sentimento della sua persona, a rientrare nella sua corporeità primitiva. Un giorno, nell’ora meridiana, mentre la vita delle cose pareva sospesa, il grande e terribile silenzio gli lasciò vedere dentro, d’improvviso, abissi vertiginosi, bisogni inestinguibili, indistruttibili ricordi, cumuli di sofferenza e di rimpianto, tutta la sua miseria d’un tempo, tutti i vestigi del suo vizio, tutti gli avanzi delle sue passioni.
Da quel giorno, una malinconia pacata ed uguale gli occupò l’anima; ed egli vide in ogni aspetto delle cose uno stato dell’anima sua. Invece di transmutarsi in altre forme di esistenza o di mettersi in altre condizioni di conscienza o di perdere l’esser suo particolare nella vita generale, ora egli presentava i fenomeni contrarii, involgendosi d’una natura ch’era una concezion tutta soggettiva del suo intelletto. Il paesaggio divenne per lui un simbolo, un emblema, un segno, una scorta che lo guidava a traverso il labirinto interiore. Segrete affinità egli scopriva tra la vita apparente delle cose e l’intima vita de’ suoi desiderii e de’ suoi ricordi. « To me – High mountains are a feeling. » Come nel verso di Giorgio Byron le montagne, per lui erano un sentimento le marine.
Chiare marine di settembre! – Il mare, calmo e innocente come un fanciullo addormentato, si distendeva sotto un cielo angelico di perla. Talvolta appariva tutto verde, del fino e prezioso verde d’una malachite; e, sopra, le piccole vele rosse somigliavano fiammelle erranti. Talvolta appariva tutto azzurro, d’un azzurro intenso, quasi direi araldico, solcato di vene d’oro, come un lapislazzuli; e, sopra, le vele istoriate somigliavano una processione di stendardi e di gonfaloni e di pavesi cattolici. Anche, talvolta prendeva un diffuso luccicore metallico, un color pallido di argento, misto del color verdiccio d’un limone maturo, qualche cosa d’indefinibilmente strano e delicato; e, sopra, le vele erano pie ed innumerevoli come le ali de’ cherubini ne’ fondi delle ancóne giottesche.
Il convalescente rinveniva sensazioni obliate della puerizia, quell’impression di freschezza che dànno al sangue puerile gli aliti del vento salso, quegli inesprimibili effetti che fanno le luci, le ombre, i colori, gli odori delle acque su l’anima vergine. Il mare non soltanto era per lui una delizia degli occhi, ma era una perenne onda di pace a cui si abbeveravano i suoi pensieri, una magica fonte di giovinezza in cui il suo corpo riprendeva la salute e il suo spirito la nobiltà. Il mare aveva per lui l’attrazion misteriosa d’una patria; ed egli vi si abbandonava con una confidenza filiale, come un figliuol debole nelle braccia d’un padre onnipossente. E ne riceveva conforto; poiché nessuno mai ha confidato il suo dolore, il suo desiderio, il suo sogno al mare invano.
Il mare aveva sempre per lui una parola profonda, piena di rivelazioni subitanee, d’illuminazioni improvvise, di significazioni inaspettate. Gli scopriva nella segreta anima un’ulcera ancor viva sebben nascosta e glie la faceva sanguinare; ma il balsamo poi era più soave. Gli scoteva nel cuore una chimera dormente e glie la incitava così ch’ei ne sentisse di nuovo le unghie e il rostro; ma glie la uccideva poi e glie la seppelliva nel cuore per sempre. Gli svegliava nella memoria una ricordanza e glie l’avvivava così ch’ei sofferisse tutta l’amarezza del rimpianto verso le cose irrimediabilmente fuggite; ma gli prodigava poi la dolcezza d’un oblio senza fine. Nulla entro quell’anima rimaneva celato, al conspetto del gran consolatore. Alla guisa che una forte corrente elettrica rende luminosi i metalli e rivela la loro essenza dal color della loro fiamma, la virtù del mare illuminava e rivelava tutte le potenze e le potenzialità di quell’anima umana.
In certe ore il convalescente, sotto l’assiduo dominio d’una tal virtù, sotto l’assiduo giogo d’un tal fascino, provava una specie di smarrimento e quasi di sbigottimento, come se quel dominio e quel giogo fossero per la sua debolezza insostenibili. In certe ore aveva dal colloquio incessante tra la sua anima e il mare un senso vago di prostrazione, come se quel gran verbo gli facesse troppa violenza all’angustia dell’intelletto avido di comprendere l’incomprendibile. Una tristezza delle acque lo sconvolgeva come una sventura.
Un giorno, egli si vide perduto. Vapori sanguigni e maligni ardevano all’orizzonte, gittando sprazzi di sangue e d’oro sul fosco delle acque; un viluppo di nuvoli paonazzi ergevasi da’ vapori, simile a una zuffa di centauri immani sopra un vulcano in fiamme; e per quella luce tragica un corteo funebre di vele triangolari nereggiava su l’ultimo limite. Erano vele d’una tinta indescrivibile, sinistre come le insegne della morte; segnate di croci e di figure tenebrose; parevano vele di navigli che portassero cadaveri di appestati a una qualche maledetta isola popolata di avvoltoi famelici. Un senso umano di terrore e di dolore incombeva su quel mare, un accasciamento d’agonia gravava su quell’aria. Il fiotto sgorgante dalle ferite de’ mostri azzuffati non restava mai, anzi cresceva in fiumi che arrossavano le acque per tutto lo spazio, sino alla sponda, facendosi qua e là violaceo e verdastro come per corruzione. Di tratto in tratto il viluppo crollava, i corpi si deformavano o si squarciavano, lembi sanguinosi pendevano giù dal cratere o sparivano inghiottiti dall’abisso. Poi, dopo il gran crollo, rigenerati, i giganti balzavan di nuovo alla lotta, più atroci; il cumulo si ricomponeva, più enorme; e ricominciava la strage, più rossa, finché i combattenti rimanevan esangui tra la cenere del crepuscolo, esanimi, disfatti, sul vulcano semispento.
Pareva un episodio d’una qualche titanomachia primitiva, uno spettacolo eroico, visto, a traverso un lungo ordine di età, nel cielo della favola. Andrea, con l’animo sospeso, seguiva tutte le vicende. Abituato alle tranquille discese dell’ombra, in quella declinazion serena dell’estate, ora si sentiva dall’insolito contrasto riscuotere e sollevare e intorbidare con una strana violenza. Da prima, fu come un’angoscia confusa, tumultuaria, piena di palpiti inconsapevoli. Affascinato dal tramonto bellicoso, egli non anche giungeva a veder chiaramente in sé medesimo. Ma, quando la cenere del crepuscolo piovve spegnendo ogni guerra e il mare sembrò un’immensa palude plumbea, egli credé udire nell’ombra il grido dell’anima sua, il grido d’altre anime.
Era dentro di lui, come un cupo naufragio nell’ombra. Tante tante voci chiamavano al soccorso, imploravano aiuto, imprecavano alla morte; voci note, voci ch’egli aveva un tempo ascoltate (voci di creature umane o di fantasmi?); ed ora non distingueva l’una dall’altra! Chiamavano, imploravano, imprecavano inutilmente, sentendosi perire; s’affievolivano soffocate dall’onda vorace; divenivano deboli, lontane, interrotte, irriconoscibili; divenivano un gemito; s’estinguevano; non risorgevano più.
Egli restava solo. Di tutta la sua giovinezza, di tutta la sua vita interiore, di tutte le sue idealità non restava nulla. Dentro di lui non restava che un freddo abisso vacuo; d’intorno a lui, una natura impassibile, fonte perenne di dolore per l’anima solitaria. Ogni speranza era spenta; ogni voce era muta; ogni àncora era rotta. A che vivere?
Subitamente, l’imagine di Elena gli risorse nella memoria. Altre imagini di donne si sovrapposero a quella, si confusero con quella, la dispersero, si dispersero. Egli non riuscì a cambiarne alcuna. Tutte parevano sorridere, d’un sorriso nemico, nel dileguarsi; e tutte, nel dileguarsi, parevano portar seco qualche cosa di lui. Che cosa? Egli non sapeva. Un avvilimento indicibile l’oppresse: lo gelò quasi un senso di vecchiezza; gli occhi gli si empirono di lacrime. Una tragica ammonizione gli sonò nel cuore: « Troppo tardi! »
Le dolcezze recenti della pace e della malinconia gli sembrarono già lontane, gli sembrarono un’illusion già fuggita; quasi gli sembrarono essere state godute da un altro spirito, nuovo, straniero, entrato in lui e poi scomparso. Gli sembrò che il suo vecchio spirito non potesse più omai rinnovellarsi né risollevarsi. Tutte le ferite, ch’egli senza ritegno aveva aperte nella dignità del suo essere interiore, sanguinarono. Tutte le degradazioni, ch’egli senza ripugnanza aveva inflitte alla sua conscienza, vennero fuori come macchie e si dilatarono come una lebbra. Tutte le violazioni, ch’egli senza pudore aveva fatte alle sue idealità, gli suscitarono un rimorso acuto, disperato, terribile, come se dentro di lui piangessero anime di sue figliuole a cui egli padre avesse tolta la verginità mentre dormivano sognando.
Ed egli piangeva con loro; e gli sembrava che le sue lacrime non gli scendessero sul cuore come un balsamo ma gli rimbalzassero come sopra una materia viscida e fredda onde il cuor suo fosse fasciato. L’ambiguità, la simulazione, la falsità, l’ipocrisia, tutte le forme della menzogna e della frode nella vita del sentimento, tutte aderivano al suo cuore come un vischio tenace.
Egli aveva troppo mentito, aveva troppo ingannato, s’era troppo abbassato. Un ribrezzo di sé e del suo vizio l’invase. – Vergogna! Vergogna! – La disonorante bruttura gli pareva indelebile; le piaghe gli parevano immedicabili; gli pareva ch’egli dovesse portarne la nausea per sempre, per sempre, come un supplizio senza termine. – Vergogna! – Piangeva, chino sul davanzale, abbandonato sotto il peso della sua miseria, affranto come un uomo che non veda salvezza; e non vedeva le stelle riscintillare a una a una sul suo povero capo, nella sera profonda.
Al nuovo giorno egli ebbe un grato risveglio, un di que’ freschi e limpidi risvegli che ha soltanto l’Adolescenza nelle sue primavere trionfanti. Il mattino era una meraviglia; respirare il mattino era una beatitudine immensa. Tutte le cose vivevano nella felicità della luce; i colli parevano avvolti in un velario diafano d’argento, scossi da un agile fremito; il mare pareva attraversato da riviere di latte, da fiumi di cristallo, da ruscelli di smeraldi, da mille vene che formavano come il mobile intrico d’un labirinto liquido. Un senso di letizia nuziale e di grazia religiosa emanava dalla concordia del mare, del cielo e della terra.
Egli respirava, guardava, ascoltava, un poco attonito. Nel sonno, la sua febbre era guarita. Egli aveva chiuso gli occhi, nella notte, cullato dal coro delle acque come da una voce amica e fedele. Chi s’addormenta al suono di quella voce ha un riposo pieno di riparatrice tranquillità. Neanche le parole della madre inducono un sonno così puro e così benefico al figliuolo che soffre.
Guardava, ascoltava, muto, raccolto, intenerito, lasciando entrare in sé quell’onda di vita immortale. Non mai la musica sacra d’un altro maestro, un Offertorio di Giuseppe Haydn o un Te Deum di Volfango Mozart, gli aveva data la commozione che ora gli davano le semplici campane delle chiese di lungi, salutanti l’ascension del Giorno ne’ cieli del Signore Uno e Trino. Egli sentiva il suo cuore colmarsi e traboccar di commozione. Qualche cosa come un sogno vago ma grande gli si levava su l’anima, qualche cosa come un velo ondeggiante a traverso il quale splendesse il misterioso tesoro della felicità. Finora egli aveva sempre saputo quel che desiderava e non aveva quasi mai trovato piacere da desiderare invano. Ora, non poteva dire il suo desiderio; non sapeva. Ma, certo, la cosa desiderata doveva essere infinitamente soave, poiché era una soavità anche desiderarla.
I versi della Chimera nel Re di Cipro, antichi versi, quasi obliati, gli ritornarono alla memoria, gli sonarono come una lusinga.

« Vuoi tu pugnare?
Uccidere? Veder fiumi di sangue?
gran mucchi d’oro? greggi di captive
femmine? schiavi? altre, altre prede? Vuoi
Tu far vivere un marmo? Ergere un tempio?
Comporre un immortale inno? Vuoi (m’odi,
giovine, m’odi) vuoi divinamente
amare? »

La chimera gli ripeteva, nel cuor segreto, sommessa, con oscure paure:

« M’odi,
giovine, m’odi: vuoi divinamente
amare? »

Egli un poco sorrise. E pensò: « Amare chi? l’Arte? una donna? quale donna? » Elena gli apparve lontana, perduta, morta, non più sua; le altre gli apparvero anche più lontane, morte per sempre. Egli era libero, dunque. Perché mai avrebbe di nuovo seguita una ricerca inutile e perigliosa? Era in fondo il suo cuore il desiderio di darsi, liberamente e per riconoscenza, a un essere più alto e più puro. Ma dov’era questo essere? L’Ideale avvelena ogni possesso imperfetto; e nell’amore ogni possesso è imperfetto e ingannevole, ogni piacere è misto di tristezza, ogni godimento è dimezzato, ogni gioia porta in sé un germe di sofferenza, ogni abbandono porta in sé un germe di dubbio; e i dubbii guastano, contaminano, corrompono tutti i diletti come le Arpie rendevano immangiabili tutti i cibi a Fineo. Perché mai dunque avrebbe egli di nuovo stesa la mano all’albero della scienza?
« The tree of knowledge has been pluck’d, – all’s known. »
« L’albero della scienza è stato spogliato, – tutto è conosciuto » come canta Giorgio Byron nel Don Juan. In verità, per l’avvenire, la sua salute stava nella « eylabeia», cioè nella prudenza, nella finezza, nella cautela, nella sagacità. Questo suo intendimento gli pareva bene espresso in un sonetto d’un poeta contemporaneo che, per certa affinità di gusti letterarii e comunanza di educazione estetica, egli prediligeva.

Sarò come colui che si distende
sotto l’ombra d’un grande albero carco,
ormai sazio di trar balestra od arco;
e in sul capo il maturo frutto pende.

Non ei scuote quel ramo, né protende
la man, né veglia in su le prede al varco.
Giace; e raccoglie con un gesto parco
i frutti che quel ramo al suol rende.

Di tal soave polpa ei nel profondo
non morde, a ricercar l’intima essenza,
perché teme l’amaro; anzi la fiuta,

poi sugge, con piacer limpido, senza
avidità, né triste né giocondo.
La sua favola breve è già compiuta.

Ma la «eylabeia», se può valere ad escludere in parte dalla vita il dolore, esclude anche ogni alta idealità. La salute dunque stava in una specie di equilibrio goethiano tra un cauto e fine epicureismo pratico e il culto profondo e appassionato dell’Arte.

  • L’Arte! L’Arte! – Ecco l’Amante fedele, sempre giovine, immortale; ecco la Fonte della gioia pura, vietata alle moltitudini, concessa agli eletti; ecco il prezioso Alimento che fa l’uomo simile a un dio. Come aveva egli potuto bevere ad altre coppe dopo avere accostate le labbra a quell’una? Come aveva egli potuto ricercare altri gaudii dopo aver gustato il supremo? Come il suo spirito aveva potuto accogliere altre agitazioni dopo aver sentito in sé l’indimenticabile tumulto della forza creatrice? Come le sue mani avevan potuto oziare e lascivire su i corpi delle femmine dopo aver sentito erompere dalle dita una forma sostanziale? Come, infine, i suoi sensi avean potuto indebolirsi e pervertirsi nella bassa lussuria dopo essere stati illuminati da una sensibilità che coglieva nelle apparenze le linee invisibili, percepiva l’impercettibile, indovinava i pensieri nascosti della Natura?
    Un improvviso entusiasmo l’invase. In quel mattin religioso, egli voleva di nuovo inginocchiarsi all’altare e, secondo il verso del Goethe, leggere i suoi atti di divozione nella liturgia d’Omero.
    « Ma se la mia intelligenza fosse decaduta? Se la mia mano avesse perduta la prontezza? S’io non fossi più degno? » A questo dubbio, l’assalse uno sbigottimento così forte ch’egli, con una smania puerile, si mise a cercare qual potesse essere una prova immediata per aver la certezza che il suo era un irragionevole timore. Avrebbe voluto sùbito fare un esperimento reale: comporre una strofa difficile, disegnare una figura, incidere un rame, sciogliere un problema di forme. Ebbene? E poi? non sarebbe stato quello un esperimento fallace? La lenta decadenza dell’ingegno può anche essere inconsciente: qui sta il terribile. L’artista che a poco a poco perde le sue facoltà non si accorge della sua debolezza progressiva; poiché insieme con la potenza di produrre e di riprodurre lo abbandona anche il giudizio critico, il criterio. Egli non distingue più i difetti dell’opera sua, non sa che la sua opera è cattiva o mediocre; s’illude; crede che il suo quadro, che la sua statua, che il suo poema sieno nelle leggi dell’Arte mentre son fuori. Qui sta il terribile. L’artista colpito nell’intelletto può non avere conscienza della propria imbecillità, come il pazzo non ha conscienza della propria aberrazione. E allora?
    Fu pel convalescente una specie di pànico. Egli si strinse le tempie fra le palme; e rimase alcuni istanti sotto l’urto di quel pensiero spaventevole, sotto l’orrore di quella minaccia, come annientato. – Meglio, meglio morire! – Non mai, come in quel momento, aveva sentito il divino pregio del dono; non mai come in quel momento, la scintilla gli era parsa sacra. Tutto il suo essere tremava con una strana violenza, al solo dubbio che quel dono potesse struggersi, che quella scintilla potesse spegnersi. – Meglio morire!
    Levò il capo; scosse da sé ogni inerzia; discese nel parco; camminò lentamente sotto gli alberi, non avendo un pensiero determinato. Un soffio leggero correva su le cime; a intervalli, le foglie si scompigliavano con un fruscìo forte, come se per mezzo vi passasse una torma di scoiattoli; piccoli frammenti di cielo apparivano tra i rami, come occhi cerulei sotto palpebre verdi. In un luogo favorito, ch’era una specie di lucus minimo in signoria di una Erma quadrifronte intenta a una quadruplice meditazione, egli sostò; e si mise a sedere sull’erba, con le spalle appoggiate alla base del simulacro, con la faccia rivolta al mare. D’innanzi a lui, certi fusti, diritti e digradanti come le canne della fistola di Pane, secavano l’oltramarino; intorno, gli acanti aprivano con sovrana eleganza i cesti delle loro foglie, intagliate simetricamente come nel capitello di Callimaco.
    I versi di Salmace nella Favola d’Ermafrodito gli vennero alla memoria.

« Nobili acanti, o voi ne le terrestri
selve indizi di pace, alte corone,
di pura forma; o voi, snelli canestri
che il Silenzio con lieve man compone
a raccogliere il fiore de’ silvestri
Sogni, qual mai virtù sul bel garzone
versaste da le foglie oscura e dolce?
Ei dorme, nudo; e il braccio il capo folce. »

Altri versi gli vennero alla memoria, altri ancóra, altri ancóra, tumultuariamente. La sua anima si empì tutta d’una musica di rime e di sillabe ritmiche. Egli gioiva; quella spontanea improvvisa agitazion poetica gli dava un inesprimibile diletto. Egli ascoltava in sé medesimo que’ suoni, compiacendosi delle ricche imagini, degli epiteti esatti, delle metafore lucide, delle armonie ricercate, delle squisite combinazioni di iati e di dieresi, di tutte le più sottili raffinatezze che variavano il suo stile e la sua metrica, di tutti i misteriosi artifizii dell’endecasillabo appresi dagli ammirabili poeti del XIV secolo e in ispecie dal Petrarca. La magia del verso gli soggiogò di nuovo lo spirito; e l’emistichio sentenziale d’un poeta contemporaneo gli sorrideva singolarmente. – « Il Verso è tutto. »
Il verso è tutto. Nella imitazion della Natura nessun istrumento d’arte è più vivo, agile, acuto, vario, multiforme, plastico, obediente, sensibile, fedele. Più compatto del marmo, più malleabile della cera, più sottile d’un fluido, più vibrante d’una corda, più luminoso d’una gemma, più fragrante d’un fiore, più tagliente d’una spada, più flessibile d’un virgulto, più carezzevole d’un murmure, più terribile d’un tuono, il verso è tutto e può tutto. Può rendere i minimi moti del sentimento e i minimi moti della sensazione; può definire l’indefinibile e dire l’ineffabile; può abbracciare l’illimitato e penetrare l’abisso; può avere dimensioni d’eternità; può rappresentare il sopraumano, il soprannaturale, l’oltramirabile; può inebriare come un vino, rapire come un’estasi; può nel tempo medesimo posseder il nostro intelletto, il nostro spirito, il nostro corpo; può, infine, raggiungere l’Assoluto. Un verso perfetto e assoluto, immutabile, immortale; tiene in sé le parole con la coerenza d’un diamante; chiude il pensiero come in un cerchio preciso che nessuna forza mai riuscirà a rompere; diviene indipendente da ogni legame da ogni dominio; non appartiene più all’artefice, ma è di tutti e di nessuno, come lo spazio, come la luce, come le cose immanenti e perpetue. Un pensiero esattamente espresso in un verso perfetto è un pensiero che già esisteva preformato nella oscura profondità della lingua. Estratto dal poeta, séguita ad esistere nella conscienza degli uomini. Maggior poeta è dunque colui che sa discoprire, disviluppare, estrarre un maggior numero di codeste preformazioni ideali. Quando il poeta è prossimo alla scoperta d’uno di tali versi eterni, è avvertito da un divino torrente di gioia che gli invade d’improvviso tutto l’essere.
Quale gioia è più forte? – Andrea socchiuse un poco gli occhi, quasi per prolungare quel particolar brivido ch’era in lui foriero della inspirazione quando il suo spirito si disponeva all’opera d’arte, specialmente al poetare. Poi, pieno d’un diletto non mai provato, si mise a trovar rime con la èsile matita su le brevi pagine bianche del taccuino. Gli vennero alla memoria i primi versi d’una canzone del Magnifico:

Parton leggieri e pronti
dal petto i miei pensieri…

Quasi sempre, per incominciare a comporre, egli aveva bisogno d’una intonazione musicale datagli da un altro poeta; ed egli usava prenderla quasi sempre dai verseggiatori antichi di Toscana. Un emistichio di Lapo Gianni, del Cavalcanti, di Cino, del Petrarca, di Lorenzo de’ Medici, il ricordo d’un gruppo di rime, la congiunzione di due epiteti, una qualunque concordanza di parole belle e bene sonanti, una qualunque frase numerosa bastava ad aprirgli la vena, a dargli, per così dire, il la, una nota che gli servisse di fondamento all’armonia della prima strofa. Era una specie di topica applicata non alla ricerca degli argomenti ma alla ricerca dei preludii. Il primo settenario medìceo gli offerse infatti la rima; ed egli vide distintamente tutto ciò ch’egli voleva mostrare al suo imaginario uditore in persona dell’Erma; e, insieme con la visione, nel tempo medesimo, si presentò spontaneamente al suo spirito la forma metrica in cui egli doveva versare, come un vino in una coppa, la poesia. Poiché quel suo sentimento poetico era duplice, o meglio, nasceva da un contrasto, cioè dal contrasto fra l’abiezion passata e la presente risurrezione, e poiché nel suo movimento lirico procedeva per elevazione, egli elesse il sonetto; la cui architettura consta di due ordini: del superiore rappresentato dalle due quartine e dell’inferiore rappresentato dalle due terzine. Il pensiero e la passione dunque, dilatandosi nel primo ordine, si sarebber raccolti, rinforzati, elevati nel secondo. La forma del sonetto, pur essendo meravigliosamente bella e magnifica, è in qualche parte manchevole; perché somiglia una figura con il busto troppo lungo e le gambe troppo corte. Infatti le due terzine non soltanto sono in realtà più corte delle quartine, per numero di versi; ma anche sembrano più corte delle quartine, per quel che la terzina ha di rapido e di fluido nell’andatura sua in confronto alla lentezza e alla maestà della quartina. Quegli è migliore artefice, il quale sa coprire la mancanza; il quale, cioè, serbando alle terzine la imagine più precisa e più visibile e le parole più forti e più sonore, ottiene che le terzine grandeggino e armonizzino con le superiori strofe senza però nulla perdere della lor leggerezza e rapidità essenziali. I dipintori del Rinascimento sapevano equilibrare una intiera figura con il semplice svolazzo d’un nastro o d’un lembo o d’una piega.
Andrea, nel comporre, studiava se medesimo curiosamente. Non aveva fatto versi da gran tempo. Quell’intervallo d’ozio aveva nociuto alla sua abilità tecnica? Gli pareva che le rime, uscenti a mano a mano dal suo cervello, avessero un sapor nuovo. La consonanza gli veniva spontanea, senza ch’ei la cercasse; e i pensieri gli nascevano rimati. Poi, d’un tratto, un intoppo arrestava il fluire; un verso gli si ribellava; tutto il resto gli si scomponeva come un musaico sconnesso; le sillabe lottavano contro la constrizion della misura; una parola musicale e luminosa, che gli piaceva, era esclusa dalla severità del ritmo ad onta d’ogni sforzo; da una rima nasceva un’idea nuova, inaspettata, a sedurlo, a distrarlo dall’idea primitiva; un epiteto, pur essendo giusto ed esatto, aveva un suono debole; la tanto cercata qualità, la coerenza, mancava completamente; e la strofa era come una medaglia riuscita imperfetta per colpa d’un fonditore inesperto il qual non avesse saputo calcolare la quantità di metallo fuso necessaria a riempirne il cavo. Egli, con acuta pazienza, rimetteva di nuovo nel crogiuolo il metallo, e ricominciava l’opera da capo. La strofa alla fine gli usciva intera e precisa; qualche verso, qua e là, aveva una certa asprezza piacente; a traverso le ondulazioni del ritmo appariva evidentissima la simetria; la ripetizion delle rime faceva una musica chiara, richiamando allo spirito con l’accordo de’ suoni l’accordo de’ pensieri e rafforzando con un legame fisico il legame morale; tutto il sonetto viveva e respirava come un organismo indipendente, nell’unità. Per passare da un sonetto all’altro egli teneva una nota, come in musica la modulazione da un tono all’altro è preparata dall’accordo di settima, nel qual si tiene la nota fondamentale per farne la dominante del nuovo tono.
Così componeva, or rapido or lento, con un diletto non mai provato; e il luogo raccolto, in verità, pareva escito dalla fantasia d’un solitario egipane dedito ai carmi. Il mare, mentre più cresceva il giorno, balenava fra i tronchi come negli intercolunnii d’un portico di diaspro; gli acanti corintii eran come le coronazioni abbattute di quelle colonne arboree; nell’aria, glauca come l’ombra d’un antro lacustre, il sole gittava a quando a quando strali e anelli e dischi d’oro. Certo, Alma Tadema avrebbe ivi imaginata una Saffo dal crin di viola, seduta sotto l’Erma di marmo, poetante su la lira di sette corde, in mezzo a un coro di fanciulle dal crin di fiamma pallide e intente a bevere dall’adonio la compiuta armonia di ciascuna strofe.
Quando egli ebbe condotti a termine i quattro sonetti, trasse un respiro e li recitò senza voce, con una enfasi interiore. L’apparente rottura del ritmo nel quinto verso dell’ultimo, causata dalla mancanza di un accento tonico e quindi d’una posa grave della ottava sillaba, gli parve efficace e la mantenne. Quindi scrisse i quattro sonetti su la base quadrangolare dell’Erma: ogni faccia uno, in quest’ordine.

I

Erma quadrata, le tue quattro fronti
sanno mie novità meravigliose?
Spirti, cantando, da le sedi ascose
partono del mio cor leggieri e pronti

Il cor mio prode tutte impure fonti
serrò, cacciò da se tutt’altre cose
impure, tutte fiamme obbrobriose
domò, ruppe all’assedio tutti i ponti.

Spirti, cantando, salgono. Ben odo
io l’inno; e inestinguibile, possente,
del periglio di me mi prende un riso.

Pallido sì ma come un re, io godo
sentir nel core l’anima ridente,
mentre il già vinto Mal rimiro fiso.

II

L’anima ride li amor suoi lontani
mentre fiso rimiro il Mal già vinto
che in quei di foco intrichi aveami spinto
come in boschi nudriti da vulcani.

Or nel gran cerchio de’ dolori umani
entra, novizia in veste di jacinto,
dietro lasciando il falso laberinto
ove i belli ruggìan mostri pagani.

Non più sfinge con unghie auree l’abbranca,
non górgone la fa pietra restare,
non sirena per lunga ode l’incanta.

Alta, in sommo del cerchio, un’assai bianca
donna, con atto di comunicare,
tien fra le pure dita l’Ostia santa.

III

Ella fuor de l’insidie e fuor de l’ire
e fuor de’ danni, sta pacata e forte
come colei che può fino a la morte
sapere il Male, senza quel soffrire.

  • O voi che fate tutti i venti aulire,
    che d’avete in signorìa tutte le porte,
    io metto a’ vostri piedi la mia sorte:
    Madonna me ‘l vogliate consentire!

Folgora ne la pura mano vostra
quell’Ostia desiata, come un sole.
Non vedrò dunque il gesto che consente? –

Ed ella, ch’è benigna a chi si prostra,
comunicando dice le parole:

  • Offerto t’è il tuo Ben, anzi è presente.

IV

Io – dice – son l’innaturale Rosa
generata dal sen de la Bellezza.
Io son che infondo la suprema ebrezza.
Io son colei che esalta e che riposa.

Ara con pianti, anima dolorosa,
per mietere con canti d’allegrezza.
Dopo un lungo dolor, la mia dolcezza
passerà di dolcezza ogni altra cosa. –

  • Tal sia, Madonna; e dal mio cor disgorghi
    gran sangue, e i fiumi scorrano sul mondo,
    e il dolore immortal pur gli rinnovi,

e me stesso travolgano que’gorghi,
me coprano; ma veda io dal profondo
la luce che a la invitta anima piovi. –

DIE XII SEPTEMBRIS MDCCCLXXXVI.


Il Piacere. Libro Primo [5]

 Il commiato su la via Nomentana, quell’adieu au grand air voluto da Elena, non isciolse alcuno de’ dubbi che Andrea aveva nell’animo. – Quali erano mai le cagioni occulte di quella partenza subitanea? – Invano egli cercava di penetrare il mistero; i dubii l’opprimevano.

Ne’ primi giorni, gli assalti del dolore e del desiderio furono così crudeli ch’egli credeva morirne. La gelosia, che dopo le prime apparite erasi dileguata innanzi all’assiduo ardore di Elena, risorgeva in lui destata dalle imaginazioni impure; e il sospetto che un uomo potesse nascondersi in quell’oscuro intrico, gli dava un tormento insopportabile. Talvolta, contro la donna lontana, l’invadeva una bassa ira, un rancore pien d’amarezza, e quasi un bisogno di vendetta, come s’ella lo avesse ingannato e tradito per abbandonarsi a un altro amante. Anche, talvolta credeva di non desiderarla più, di non amarla più, di non averla mai amata; ed era in lui un fenomeno non nuovo questa cessazion momentanea d’un sentimento, questa specie di sincope spirituale che, per esempio, gli rendeva completamente estranea in mezzo alla gente la donna diletta e gli permetteva d’assistere a un gaio pranzo un’ora dopo aver bevute le lacrime di lei. Ma quegli oblii non duravano. La primavera romana fioriva con inaudita letizia: la città di travertino e di mattone sorbiva la luce, come un’avida selva; le fontane papali si levavano in un cielo più diafano d’una gemma; la piazza di Spagna odorava come un roseto; e la Trinità de’ Monti, in cima alla scala popolata di putti, pareva un duomo d’oro.
Alle incitazioni che gli venivano dalla nuova bellezza di Roma, quanto in lui rimaneva del fascino di quella donna, nel sangue e nell’anima, ravvivavasi e raccendevasi. Ed egli era turbato, fin nel profondo, da invincibili angosce, da implacabili tumulti, da indefinibili languori, che somigliavano un poco quelli della pubertà. Una sera, in casa Dolcebuono, dopo un tè, essendo rimasto ultimo nel salone tutto pieno di fiori e ancor vibrante d’una Cachoucha del Raff, egli parlò d’amore a Donna Bianca; e non se ne pentì, né in quella sera né in seguito.
La sua avventura con Elena Muti era ormai notissima come, o prima o poi, o più o meno, nella società elegante di Roma e in ogni altra società son note tutte le avventure e tutte le flirtations. Le precauzioni non valgono. Ciascuno ivi è così buon conoscitore della mimica erotica, che gli basta sorprendere un gesto o un’attitudine o uno sguardo per avere un sicuro indizio, mentre gli amanti, o coloro che son per divenire tali, non sospettano. Inoltre, ci sono in ogni società alcuni curiosi che fan professione di scoprire e che vanno su le vestigia degli amori altrui con non minor perseveranza de’ segugi in traccia di selvaggina. Essi sono sempre vigili e non paiono; colgono infallibilmente una parola mormorata, un sorriso tenue, un piccolo sussulto, un lieve rossore, un baleno d’occhi; ne’ balli, nelle grandi feste, dove sono più probabili le imprudenze, girano di continuo, sanno insinuarsi nel più fitto, con un’arte straordinaria, come nelle moltitudini i borsaiuoli; e l’orecchio è teso a rapire un frammento di dialogo, l’occhio è pronto dietro il luccicor della lente, a notare una stretta, una languidezza, un fremito, la pression nervosa d’una mano feminea su la spalla d’un danzatore.
Un terribile segugio era, per esempio, Don Filippo del Monte, il commensale della marchesa d’Ateleta. Ma, in verità, Elena Muti non si preoccupava molto delle maldicenze mondane; e in questa sua ultima passione era giunta a temerità quasi folli. Ella copriva ogni ardimento con la sua bellezza, col suo lusso, col suo alto nome; e passava pur sempre inchinata, ammirata, adulata, per quella certa molle tolleranza che è una delle più amabili qualità dell’aristocrazia quirite e che le viene forse appunto dall’abuso della mormorazione.
Or dunque l’avventura aveva, d’un tratto, inalzato Andrea Sperelli, in conspetto delle dame, a un alto grado di potere. Un’aura di favore l’avvolse; e la sua fortuna, in poco tempo, divenne meravigliosa. Un fenomeno assai frequente, nelle società moderne, è il contagio del desiderio. Un uomo, che sia stato amato da una donna di pregi singolari, eccita nelle altre l’imaginazione; e ciascuna arde di possederlo, per vanità e per curiosità, a gara. Il fascino di Don Giovanni è più nella sua fama che nella sua persona. Inoltre, giovava allo Sperelli quel certo nome ch’egli aveva d’artista misterioso; ed erano rimasti celebri due sonetti, scritti nell’albo della principessa di Ferentino, ne’ quali come in un dittico ambiguo egli aveva lodato una bocca diabolica e una bocca angelica, quella che perde le anime e quella che dice Ave. La gente volgare non imagina quali profondi e nuovi godimenti l’aureola della gloria, anche pallida o falsa, porti all’amore. Un amante oscuro, avesse anche la forza di Ercole e la bellezza d’Ippolito e la grazia d’Ila, non mai potrà dare all’amata le delizie che l’artista, forse inconsapevolmente, versa in abondanza negli ambiziosi spiriti feminili. Gran dolcezza dev’essere per la vanità di una donna il poter dire: – In ciascuna lettera ch’egli mi scrive è forse la più pura fiamma del suo intelletto a cui mi riscalderò io sola; in ciascuna carezza egli perde una parte della sua volontà e della sua forza; e i suoi più alti sogni di gloria cadono nelle pieghe della mia veste, ne’ cerchi che segna il mio respiro!
Andrea Sperelli non esitò un istante d’innanzi alle lusinghe. A quella specie di raccoglimento, prodotto in lui dal dominio unico di Elena, succedeva ora il dissolvimento. Non più tenute dall’ignea fascia che le stringeva ad unità, le sue forze tornavano al primitivo disordine. Non potendo più conformarsi, adeguarsi, assimilarsi a una superior forma dominatrice, l’anima sua, camaleontica, mutabile, fluida, virtuale si trasformava, si difformava, prendeva tutte le forme. Egli passava dall’uno all’altro amore con incredibile leggerezza; vagheggiava nel tempo medesimo diversi amori; tesseva, senza scrupolo, una gran trama d’inganni, di finzioni, di menzogne, d’insidie, per raccogliere il maggior numero di prede. L’abitudine della falsità gli ottundeva la conscienza. Per la continua mancanza della riflessione, egli diveniva a poco a poco impenetrabile a sé stesso, rimaneva fuori del suo mistero. A poco a poco egli quasi giungeva a non vedere più la sua vita interiore, in quella guisa che l’emisfero esterno della terra non vede il sole pur essendogli legato indissolubilmente. Sempre vivo, spietatamente vivo, era in lui un istinto: l’istinto del distacco da tutto ciò che l’attraeva senza avvincerlo. E la volontà, disutile come una spada di cattiva tempra, pendeva al fianco di un ebro o di un inerte.
Il ricordo di Elena talvolta, risorgendo d’improvviso, lo riempiva; ed egli o cercava di sottrarsi alle malinconie del rimpianto o piacevasi invece rivivere nella imaginazione viziata l’eccessività di quella vita, per averne uno stimolo ai nuovi amori. Ripeteva a sé stesso le parole del lied: « Ricorda i giorni spenti! E metti su le labbra della seconda baci soavi quanto quelli che tu davi alla prima, non è gran tempo! » Ma già la seconda eragli uscita dall’anima. Egli aveva parlato d’amore a Donna Bianca Dolcebuono, da principio senza quasi pensarci, istintivamente attratto forse per virtù di un indefinito riflesso che a colei veniva dall’essere amica di Elena. Forse germogliava il piccolo seme di simpatia che avevan gittato in lui le parole della contessa fiorentina, al pranzo in casa Doria. Chi sa dire per quale misterioso procedere un qualunque contatto spirituale o materiale tra un uomo e una donna, anche insignificante, può generare ed alimentare in ambedue un sentimento latente, innavvertito, insospettato, che dopo molto tempo le circostanze faranno emergere d’un tratto? E’ il fenomeno medesimo che noi riscontriamo nell’ordine intellettuale, quando il germe d’un pensiero o l’ombra d’una imagine si ripresentano d’un tratto, dopo un lungo intervallo, per uno sviluppo inconsciente, elaborati in imagine compiuta, in pensiero complesso. Le medesime leggi governano tutte le attività del nostro essere; e le attività di cui noi siam consapevoli non sono che una parte delle nostre attività.
Donna Bianca Dolcebuono era l’ideal tipo della bellezza fiorentina, quale fu reso dal Ghirlandajo nel ritratto di Giovanna Tornabuoni, ch’è in Santa Maria Novella. Aveva un chiaro volto ovale, la fronte larga alta e candida, la bocca mite, il naso un poco rilevato, gli occhi di quel color tanè oscuro lodato dal Firenzuola. Prediligeva disporre i capelli con abbondanza su le tempie, fino a mezzo delle guance, alla foggia antica. Ben le conveniva il cognome, poiché ella portava nella vita mondana una bontà nativa, una grande indulgenza, una cortesia per tutti eguale, e una parlatura melodiosa. Era, insomma, una di quelle donne amabili, senza profondità né di spirito né d’intelletto, un poco indolenti, che sembrano nate a vivere in piacevolezza e a cullarsi ne’ discreti amori come gli uccelli su gli alberi fiorenti.
Quando udì le frasi di Andrea, ella esclamò, con un grazioso stupore:

  • Dimenticate Elena così presto?
    Poi, dopo alcuni giorni di graziose esitazioni, le piacque di cedere; e non di rado ella parlava d’Elena al giovine infedele, senza gelosia, candidamente.
  • Ma perché mai sarà partita prima del solito, quest’anno? – gli chiese una volta, sorridendo.
  • Io non so – rispose Andrea, senza poter nascondere un po’ d’impazienza e di amarezza.
  • Tutto, proprio, è finito?
  • Bianca, vi prego, parliamo di noi! – interruppe egli con la voce alterata, poiché quei discorsi lo turbavano e irritavano.
    Ella rimase un momento pensosa, come se volesse sciogliere un enigma; quindi sorrise scotendo la testa, come se rinunziasse, con una fugace ombra di malinconia su gli occhi.
  • Così è l’amore.
    E rese all’amante le carezze.
    Andrea, possedendola, possedeva in lei tutte le gentili donne fiorentine del Quattrocento, alle quali cantava il Magnifico:

E’ si vede in ogni lato
Che ‘l proverbio dice il vero,
Che ciascun muta pensiero
Come l’occhio è separato.
Vedesi cambiare amore:
Come l’occhio sta di lunge,
Così sta di lunge il core:
Perché appresso un altro il punge.
Col qual tosto e’ si congiunge
Con piacere e con diletto…

Allorché, nell’estate, ella era per partire, disse, prendendo congedo, senza nascondere la sua commozione gentile:

  • Io so che, quando ci rivedremo, voi non mi amerete più. Così è l’amore. Ma ricordatevi di un’amica!
    Egli non l’amava. Pure, nelle giornate calde e tediose, certe molli cadenze della voce di lei gli tornavan nell’anima come la magia d’una rima e gli suscitavano la visione d’un giardin fresco d’acque pel quale ella andasse in compagnia d’altre donne sonando e cantando come in una vignetta del Sogno di Polifilo.
    E Donna Bianca si dileguò. E vennero altre, talvolta in coppia: Barbarella Viti, la mascula, che aveva una superba testa di giovinetto, tutta quanta dorata e fulgente come certe teste giudee del Rembrandt; la contessa di Lùcoli, la dama delle turchesi, una Circe di Dosso Dossi, con due bellissimi occhi pieni di perfidia, varianti come i mari d’autunno, grigi, azzurri, risplendenti di quella prodigiosa carnagione, composta di luce, di rose e di latte, che han soltanto i babies delle grandi famiglie inglesi nelle tele del Reynolds, del Gainsborough e del Lawrences; la marchesa Du Deffand, una bellezza del Direttorio, una Récamier, dal lungo e puro ovale, dal collo di cigno, dalle mammelle saglienti, dalle braccia bacchiche; Donna Isotta Cellesi, la dama degli smeraldi, che volgeva con una lenta maestà divina la sua testa d’imperatrice tra lo scintillio delle enormi gemme ereditarie; la principessa Kalliwoda, la dama senza gioielli, che nella fragilità delle sue forme chiudeva nervi d’acciaio per il piacere, e su la cerea delicatezza dei suoi lineamenti apriva due voraci occhi leonini, gli occhi d’uno Scita.
    Ciascuno di questi amori portò a lui una degradazione novella; ciascuno l’inebriò d’una cattiva ebrezza, senza appagarlo; ciascuno gli insegnò una qualche particolarità e sottilità del vizio a lui ancóra ignota. Egli aveva in sé i germi di tutte le infezioni. Corrompendosi, corrompeva. La frode gli invescava l’anima, come d’una qualche materia viscida e fredda che ogni giorno divenisse più tenace. Il pervertimento de’ sensi gli faceva ricercare e rilevare nelle sue amanti quel ch’era in loro men nobile e men puro. Una bassa curiosità lo spingeva a scieglier le donne che avevan peggior fama; un crudel gusto di contaminazione lo spingeva a sedurre le donne che avean fama migliore. Fra le braccia dell’una egli si ricordava d’una carezza dell’altra, d’un modo di voluttà appreso dall’altra. Talvolta (e fu, in ispecie, quando la notizia delle seconde nozze di Elena Muti gli riaprì per qualche tempo la ferita) piacevasi di sovrapporre alla nudità presente le evocate nudità di Elena e di servirsi della forma reale come d’un appoggio sul qual godere la forma ideale. Nutriva l’imagine con uno sforzo intenso, finché l’imaginazione giungeva a possedere l’ombra quasi creata.
    Pur tuttavia egli non aveva culto per le memorie dell’antica felicità. Talvolta, anzi, quelle gli davano un appiglio a una qualunque avventura. Nella Galleria Borghese, per esempio, nella memore sala degli specchi, egli ottenne da Lilian Theed la prima promessa; nella Villa Medici, su per la memore scala verde che conduce al Belvedere, egli intrecciò le sue dita alle lunghe dita d’Angélique Du Deffand; e il piccolo teschio d’avorio appartenuto al cardinale Immenraet, il gioiello mortuario segnato del nome d’Ippolita oscura, gli suscitò il capriccio di tentare Donna Ippolita Albónico.
    Questa dama aveva nella sua persona una grande aria di nobiltà, somigliando un poco a Maria Maddalena d’Austria, moglie di Cosimo II de’ Medici, nel ritratto di Giusto Suttermans, ch’è in Firenze, dai Corsini. Amava gli abiti suntuosi, i broccati, i velluti, i merletti. I larghi collari medìcei parevano la foggia meglio adatta a far risaltare la bellezza della sua testa superba.
    In una giornata di corse, su la tribuna, Andrea Sperelli voleva ottenere da Donna Ippolita ch’ella andasse la dimane al palazzo Zuccari per prendere il misterioso avorio dedicato a lei. Ella si schermiva, ondeggiando tra la prudenza e la curiosità. Ad ogni frase del giovine un po’ ardita, corrugava le sopracciglia mentre un sorriso involontario le sforzava la bocca; e la sua testa, sotto il cappello ornato di piume bianche, sul fondo dell’ombrellino ornato di merletti bianchi, era in un momento di singolare armonia.
  • Tibi, Hippolyta! Dunque venite? Io vi aspetterò tutto il giorno, dalle due fino a sera. Va bene?
  • Ma siete pazzo?
  • Di che temete? Io giuro alla Maestà Vostra di non toglierle neppure un guanto. Rimarrà seduta come in un trono, secondo il suo regal costume; e, anche prendendo una tazza di te, potrà non posare lo scettro invisibile che porta sempre nella destra imperiosa. E’ concessa la grazia, a questi patti?
  • No.
    Ma ella sorrideva, poiché compiacevasi di sentir rilevare quell’aspetto di regalità ch’era la sua gloria. E Andrea Sperelli continuava a tentarla, sempre in tono di scherzo o di preghiera, unendo alla seduzione della sua voce uno sguardo continuo, sottile, penetrante, quello sguardo indefinibile che sembra svestire le donne, vederle ignude a traverso le vesti, toccarle su la pelle viva.
  • Non voglio che mi guardiate così – disse Donna Ippolita, quasi offesa, con un lieve rossore.
    Su la tribuna eran rimaste poche persone. Signore e signori passeggiavano su l’erba, lungo lo steccato, o circondavano il cavallo vittorioso, o scommettevano coi publici scommettitori urlanti, sotto l’incostanza del sole che appariva e spariva fra i molti arcipelaghi delle nuvole.
  • Scendiamo – ella soggiunse, non accorgendosi degli occhi seguaci di Giannetto Rùtolo che stava appoggiato alla ringhiera della scala.
    Quando, per discendere, passarono d’innanzi a colui, lo Sperelli disse:
  • Addio, marchese, a poi. Correremo.
    Il Rùtolo s’inchinò profondamente a Donna Ippolita; e una sùbita fiamma gli colorò la faccia. Eragli parso di sentire nel saluto del conte una leggera irrisione. Rimase alla ringhiera, seguendo sempre con gli occhi la coppia nel recinto. Visibilmente, soffriva.
  • Rùtolo, alle vedette! – fecegli, con un riso malvagio, la contessa di Lùcoli passando a braccio con Don Filippo del Monte, giù per la scala di ferro.
    Egli sentì la punta nel mezzo del cuore. Donna Ippolita e il conte d’Ugenta, dopo essere giunti fin sotto la specola dei giudici, tornavano verso la tribuna. La dama teneva il bastone dell’ombrellino su la spalla, girandolo fra le dita; la cupola bianca le roteava dietro la schiena, come un’aureola, e i molti merletti s’agitavano e si sollevavano incessantemente. Entro quel cerchio mobile ella di tratto in tratto rideva alle parole del giovine; e ancóra un lieve rossore tingeva la nobile pallidezza del suo volto. Di tratto in tratto, i due si soffermavano.
    Giannetto Rùtolo, fingendo di voler osservare i cavalli che entravano nella pista, volse il binocolo fra i due. Visibilmente, gli tremavano le mani. Ogni sorriso, ogni gesto, ogni attitudine di Ippolita gli dava un atroce dolore. Quando abbassò il binocolo, egli era assai smorto. Aveva sorpreso negli occhi dell’amata, che si posavano su lo Sperelli, quello sguardo ch’egli ben conosceva poiché n’era stato, un tempo, illuminato di speranza. Gli parve che tutto ruinasse intorno a lui. Un lungo amore finiva, troncato da quello sguardo, irreparabilmente. Il sole non era più il sole; la vita non era più la vita.
    La tribuna si ripopolava rapidamente, già che il segnale della terza corsa era prossimo. Le dame salivano in piedi su i sedili. Un mormorio correva lungo i gradi, simile a un vento sopra un giardino in pendio. La campanella squillò. I cavalli partirono come un gruppo di saette.
  • Correrò in onor vostro, Donna Ippolita – disse Andrea Sperelli all’Albónico, prendendo congedo per andare a prepararsi alla seguente corsa, ch’era di gentiluomini. – Tibi, Hippolyta, semper!
    Ella gli strinse la mano, forte, per augurio, non pensando che anche Giannetto Rùtolo stava fra i contenditori. Quando vide, poco oltre, l’amante pallido scender giù per la scala, l’ingenua crudeltà dell’indifferenza le regnava nei belli occhi oscuri. Il vecchio amore le cadeva dall’anima, pari a una spoglia inerte, per l’invasione del nuovo. Ella non apparteneva più a quell’uomo; non gli era legata da nessun legame. Non è concepibile come prontamente e intieramente rientri nel possesso del proprio cuore la donna che non ama più.
    « Egli me l’ha presa » pensò colui, camminando verso la tribuna del Jockey-club, su l’erba che parevagli s’affondasse sotto i suoi piedi come un’arena. Davanti, a poca distanza, camminava l’altro, con un passo disinvolto e sicuro. La persona alta e snella, nell’abito cinerino, aveva quella particolare inimitabile eleganza che sol può dare il lignaggio. Egli fumava. Giannetto Rùtolo, venendo dietro, sentiva l’odore della sigaretta, ad ogni buffo di fumo; ed era per lui un fastidio insopportabile, un disgusto che gli saliva dalle viscere, come contro un veleno.
    Il duca Beffi e Paolo Caligàro stavano su la soglia, già in assetto di corsa. Il duca si chinava su le gambe aperte, con un movimento ginnico, per provare l’elasticità de’ suoi calzoni di pelle o la forza de’ suoi ginocchi. Il piccolo Caligàro imprecava alla pioggia della notte, che aveva reso pesante il terreno.
  • Ora – disse allo Sperelli – tu hai molte probabilità, con Miching Mallecho.
    Giannetto Rùtolo udì quel presagio, ed ebbe al cuore una fitta. Egli riponeva nella vittoria una vaga speranza. Nella sua imaginazione vedeva gli effetti d’una corsa vinta e d’un duello fortunato, contro il nemico. Spogliandosi, ogni suo gesto tradiva la preoccupazione.
  • Ecco un uomo che, prima di montare a cavallo, vede aperta la sepoltura – disse il duca di Beffi, posandogli una mano su la spalla, con un atto comico. – Ecce homo novus.
    Andrea Sperelli, il quale in tal momento aveva gli spiriti gai, ruppe in un di que’ suoi franchi scoppi di risa, ch’erano la più seducente effusione della sua giovinezza.
  • Perché ridete, voi? – gli chiese Rùtolo, pallidissimo, fuori di sé, fissandolo di sotto ai sopraccigli corrugati.
  • Mi pare – rispose lo Sperelli, senza turbarsi – che voi mi parliate in un tono assai vivo, caro marchese.
  • Ebbene?
  • Pensate del mio riso quel che più vi piace.
  • Penso che è sciocco.
    Lo Sperelli balzò in piedi, fece un passo, e levò contro Giannetto Rùtolo il frustino. Paolo Caligàro giunse a trattenergli il braccio, per prodigio. Altre parole irruppero. Sopravvenne Don Marcantonio Spada; udì l’alterco, e disse:
  • Basta, figliuoli. Sapete ambedue quel che dovrete fare domani. Ora, dovete correre.
    I due avversari compirono la lor vestizione, in silenzio. Quindi uscirono. Già la notizia del litigio s’era sparsa nel recinto e saliva su per le tribune, ad accrescere l’aspettazion della corsa. La contessa di Lùcoli, con raffinata perfidia, la diede a Donna Ippolita Albónico. Questa, non lasciando trasparire alcun turbamento, disse:
  • Mi dispiace. Parevano amici.
    La diceria si diffondeva, trasformandosi, per le belle bocche feminee. Intorno ai publici scommettitori ferveva la folla. Miching Mallecho, il cavallo del conte d’Ugenta, e Brummel, il cavallo del marchese Rùtolo, erano i favoriti; venivano poi Satirist del duca di Beffi e Carbonilla del conte Caligàro. I buoni conoscidori però diffidavano de’ due primi, pensando che la concitazion nervosa dei due cavalieri avrebbe certamente nociuto alla corsa.
    Ma Andrea Sperelli era calmo, quasi allegro.
    Il sentimento della sua superiorità su l’avversario l’assicurava; inoltre, quella tendenza cavalleresca alle avventure perigliose, ereditata dal padre byroneggiante, gli faceva vedere il suo caso in una luce di gloria; e tutta la nativa generosità del suo sangue giovenile risvegliavasi, d’innanzi al rischio. Donna Ippolita Albónico, d’un tratto, gli si levava in cima dell’anima, più desiderabile e più bella.
    Egli andò incontro al suo cavallo, con il cuor palpitante, come incontro a un amico che gli portasse l’annunzio aspettato d’una fortuna. Gli palpò il muso, con dolcezza; e l’occhio dell’animale, quell’occhio ove brillava tutta la nobiltà della razza per una inestinguibile fiamma, l’inebriò come lo sguardo magnetico di una donna.
  • Mallecho, – mormorava, palpandolo – è una gran giornata! Dobbiamo vincere.
    Il suo trainer, un omuncolo rossiccio, figgendo le pupille acute su gli altri cavalli che passavano portati a mano dai palafrenieri, disse, con la voce roca:
  • No doubt.
    Miching Mallecho esq. era un magnifico baio, proveniente dalle scuderie del barone di Soubeyran. Univa alla slanciata eleganza delle forme una potenza di reni straordinaria. Dal pelo lucido e fino, di sotto a cui apparivano gli intichi delle vene sul petto e su le cosce, pareva esalare quasi un fuoco vaporoso, tanto era l’ardore della sua vitalità. Fortissimo nel salto, aveva portato assai spesso nelle cacce il suo signore, di là da tutti gli ostacoli, non rifiutandosi d’innanzi a una triplice filagna o d’innanzi a una maceria mai, sempre alla coda dei cani, intrepidamente. Un hop del cavaliere l’incitava più d’un colpo di sperone; e una carezza lo faceva fremere.
    Prima di montare, Andrea esaminò attentamente tutta la bardatura, si assicurò d’ogni fibbia e d’ogni cinghia; quindi balzò in sella, sorridendo. Il trainer dimostrò con un espressivo gesto la sua fiducia, guardando il padrone allontanarsi.
    Intorno alle tabelle delle quote persisteva la folla degli scommettitori. Andrea sentì su la sua persona tutti gli sguardi. Volse gli occhi alla tribuna destra per vedere l’Albónico, ma non poté distinguer nulla tra la moltitudine delle dame. Salutò da presso Lilian Theed a cui eran ben noti i galoppi di Mallecho dietro le volpi e dietro le chimere. La marchesa d’Ateleta fece da lontano un atto di rimprovero, poiché aveva saputo l’alterco.
  • Com’è quotato Mallecho? – chiese egli a Ludovico Barbarisi.
    Andando al punto di partenza, egli pensava freddamente al metodo che avrebbe tenuto per vincere; e guardava i suoi tre competitori, che lo precedevano, calcolando la forza e la scienza di ciascuno. Paolo Caligàro era un demonio di malizia, rotto a tutte le furberie del mestiere, come un jockey; ma Carbonilla, sebbene veloce, era di poca resistenza. Il duca di Beffi, cavaliere d’alta scuola, che aveva vinto più d’un match in Inghilterra, montava un animale d’umor difficile, che poteva rifiutarsi innanzi a qualche ostacolo. Giannetto Rùtolo invece ne montava uno eccellente ed assai ben disciplinato; ma sebben forte, egli era troppo impetuoso e prendeva parte a una corsa publica per la prima volta. Inoltre, doveva trovarsi in uno stato di nervosità terribile, come da molti segni appariva.
    Andrea pensava, guardandolo: « La mia vittoria d’oggi influirà sul duello di domani, senza dubbio. Egli perderà la testa, certo, qui e là. Io debbo essere calmo, su tutt’e due i campi. » Poi, anche, pensò: « Quale sarà l’animo di Donna Ippolita? » Gli parve che intorno ci fosse un silenzio insolito. Misurò con l’occhio la distanza fino alla prima siepe; notò su la pista un sasso luccicante; s’accorse d’essere osservato dal Rùtolo; ebbe un fremito per tutta la persona.
    La campanella diede il segnale; ma Brummel aveva già preso lo slancio; e la partenza quindi, non essendo stata contemporanea, fu ritenuta non buona. Anche la seconda fu una falsa partenza, per colpa di Brummel. Lo Sperelli e il duca di Beffi si sorrisero fuggevolmente.
    La terza partenza fu valida. Brummel, sùbito, si staccò dal gruppo, radendo lo steccato. Gli altri tre cavalli seguirono di pari, per un tratto; e saltarono la prima siepe, felicemente; poi, la seconda. Ciascuno dei tre cavalieri faceva un gioco diverso. Il duca di Beffi cercava di mantenersi nel gruppo perché d’innanzi agli ostacoli Satirist fosse istigato dall’esempio. Il Caligàro moderava la foga di Carbonilla, a conservarle le forze per gli ultimi cinquecento metri. Andrea Sperelli aumentava gradatamente la velocità, volendo incalzare il suo nemico in prossimità dell’ostacolo più difficile. Poco dopo, infatti, Mallecho avanzò i due compagni e si diede a serrare da presso Brummel.
    Il Rùtolo sentì dietro di sé il galoppo incalzante, e fu preso da tale ansietà che non vide più nulla. Tutto alla vista gli si confuse, come s’egli fosse per perdere gli spiriti. Faceva uno sforzo immenso per tenere piantati gli speroni nel ventre del cavallo; e lo sbigottiva il pensiero che le forze lo abbandonassero. Aveva negli orecchi un rombo continuo, e in mezzo al rombo udiva il grido breve e secco d’Andrea Sperelli.
  • Hop! Hop!
    Sensibilissimo alla voce più che ad ogni altra instigazione, Mallecho divorava l’intervallo di distanza, non era più che a tre o quattro metri da Brummel, stava per raggiungerlo, per superarlo.
  • Hop!
    Un’altra barriera attraversava la pista. Il Rùtolo non la vide, poiché aveva smarrita ogni conscienza, conservando solo un furioso istinto di aderire all’animale e di spingerlo innanzi, alla ventura. Brummel saltò; ma, non coadiuvato dal cavaliere, urtò le zampe posteriori e ricadde dall’altra parte così male che il cavaliere perse le staffe, pur restando in sella. Seguitò tuttavia a correre. Andrea Sperelli teneva ora il primo posto; Giannetto Rùtolo, senza aver recuperato le staffe, veniva secondo, incalzato da Paolo Caligàro; il duca di Beffi, avendo sofferto da Satirist un rifiuto, veniva ultimo. Passarono sotto le tribune, in quest’ordine; udirono un clamore confuso, che si dileguò.
    Su le tribune, tutti gli animi stavan sospesi nell’attenzione. Alcuni indicavano ad alta voce le vicende della corsa. Ad ogni mutamento nell’ordine dei cavalli, molte esclamazioni si levavano tra un lungo mormorio; e le dame ne avevano un fremito. Donna Ippolita Albónico, ritta in piedi sul sedile, appoggiandosi alle spalle del marito il quale era sotto di lei, guardava senza mai mutarsi, con una meravigliosa padronanza; se non che le labbra troppo chiuse e un leggerissimo increspamento della fronte potevan forse rivelare a un indagatore lo sforzo. A un certo punto, ritrasse dalle spalle del marito le mani per tema di tradirsi con un qualche involontario moto.
  • Sperelli è caduto – annunziò a voce alta la contessa di Lùcoli.
    Mallecho, infatti, saltando, aveva messo un piede in fallo su l’erba umida ed erasi piegato su le ginocchia, rialzandosi immediatamente. Andrea gli era passato dal collo, senza danno; e con una prontezza fulminea era tornato in sella, mentre il Rùtolo e il Caligàro sopraggiungevano. Brummel, sebbene offeso alle zampe posteriori, faceva prodigi, per virtù del suo sangue puro. Carbonilla infine spiegava tutta la sua velocità, condotta con arte mirabile dal suo cavaliere. Mancavano circa ottocento metri alla mèta.
    Lo Sperelli vide la vittoria fuggirgli; ma raccolse tutti gli spiriti per riafferrarla. Teso su le staffe, curvo su la criniera, gittava di tratto in tratto quel grido breve, èsile, penetrante, che aveva tanto potere sul nobile animale. Mentre Brummel e Carbonilla, affaticati sul terreno pesante, perdevano vigore, Mallecho aumentava la veemenza del suo slancio, stava per riconquistare il suo posto, già sfiorava la vittoria con la fiamma delle sue narici. Dopo l’ultimo ostacolo, avendo superato Brummel, raggiungeva con la testa la spalla di Carbonilla. A circa cento metri dalla mèta, radeva lo steccato, avanti, avanti, lasciando dietro di sé e la morella del Caligàro lo spazio di dieci « lunghezze ». La campana squillò; un applauso risonò per tutte le tribune, come il crepitar sordo di una grandine; un clamore si propagò nella folla su la prateria inondata dal sole.
    Andrea Sperelli rientrando nel recinto pensava: « La fortuna è con me, oggi. Sarà con me anche domani? » Sentendo venire a sé l’aura del trionfo, ebbe contro l’oscuro pericolo quasi una sollevazion d’ira. Avrebbe voluto affrontarlo sùbito, in quello stesso giorno, in quella stessa ora, senza altro indugio, per godere una duplice vittoria e per mordere quindi al frutto che gli offriva la mano di Donna Ippolita. Tutto il suo essere accendevasi d’orgoglio selvaggio, al pensiero di posseder quella bianca e superba donna per diritto di conquista violenta. L’imaginazione gli fingeva un gaudio non mai provato, quasi direi una voluttà d’altri tempi, quando i gentiluomini scioglievano i capelli delle amasie con mani omicide e carezzevoli, affondandovi la fronte ancóra grondante per la fatica dell’abbattimento e la bocca ancóra amara delle profferte ingiurie. Egli era invaso da quella inesplicabile ebrezza che dànno a certi uomini d’intelletto l’esercizio della forza fisica, l’esperimento del coraggio, la rivelazione della brutalità. Quel che in fondo a noi è rimasto della ferocia originale torna al sommo talvolta con una strana veemenza ed anche sotto la meschina gentilezza dell’abito moderno il nostro cuore talvolta si gonfia di non so che smania sanguinaria ed anela alla strage. Andrea Sperelli aspirava la calda ed acre esalazion del suo cavallo, pienamente, e nessuno di quanti delicati profumi egli aveva fin allora preferiti, nessuno aveva mai dato al suo senso un più acuto piacere.
    Appena smontò, fu accerchiato da amiche e da amici che si congratulavano. Miching Mallecho, sfinito, tutto fumante e spumante, sbuffava protendendo il collo e scotendo le briglie. I suoi fianchi s’abbassavano e si sollevavano con un moto continuo, così forte che pareva scoppiare; i suoi muscoli sotto la pelle tremavano come le corde degli archi dopo lo scocco; i suoi occhi iniettati di sangue e dilatati avevano ora l’atrocità di quelli d’una fiera; il suo pelo, ora interrotto da larghe chiazze più oscure, si apriva qua e là a spiga sotto i rivoli del sudore; la vibrazione incessante di tutto il suo corpo faceva pena e tenerezza, come la sofferenza d’una creatura umana.
  • Poor fellow! – mormorò Lilian Theed.
    Andrea gli esaminò i ginocchi per veder se la caduta li avesse offesi. Erano intatti. Allora, battendolo pianamente in sul collo, gli disse con un accento indefinibile di dolcezza:
  • Va, Mallecho, va.
    E lo riguardò allontanarsi.
    Poi, avendo lasciato l’abito di corsa, cercò di Ludovico Barbarisi e del barone di Santa Margherita.
    Ambedue accettarono l’incarico di assisterlo nella questione col marchese Rùtolo. Egli li pregò di sollecitare.
  • Stabilite, dentro questa sera, ogni cosa. Domani, all’una dopo mezzogiorno, io debbo essere già libero. Ma domattina lasciatemi dormire almeno fino alle nove. Io pranzo dalla Ferentino; e passerò poi in casa Giustiniani; e poi, a ora tarda, al Circolo. Sapete dove trovarmi. Grazie, e a rivederci, amici.
    Salì alla tribuna; ma evitò di avvicinarsi sùbito a Donna Ippolita. Sorrideva, sentendosi avvolgere dagli sguardi feminili. Molte belle mani si tendevano a lui; molte belle voci lo chiamavano familiarmente Andrea; alcune anzi lo chiamavan con una certa ostentazione. Le dame che avevano scommesso per lui gli dicevano la somma della loro vincita; dieci luigi, venti luigi. Altre gli domandarono, con curiosità:
  • Vi batterete?
    A lui pareva di aver raggiunto il culmine della gloria avventurosa in un sol giorno, meglio che il duca di Buckingham e il signor di Lauzun. Egli era uscito vincitore da una corsa eroica, aveva acquistata una nuova amante, magnifica e serena come una dogaressa; aveva provocato un duello mortale; ed ora passava tranquillo e cortese, né più né meno del solito, fra il sorriso di tali dame a cui egli conosceva altro che la grazia della bocca. Non poteva egli forse indicare di molte un vezzo segreto o una particolare abitudine di voluttà? Non vedeva egli, a traverso tutta quella chiara freschezza di stoffe primaverili, il neo biondo, simile a una piccola moneta d’oro, sul fianco sinistro d’Isotta Cellesi; o il ventre incomparabile di Giulia Moceto, polito come una coppa d’avorio, puro come quel d’una statua, per l’assenza perfetta di ciò che nelle sculture e nelle pitture antiche rimpiangeva il poeta del Musée secret? Non udiva nella voce sonora di Barbarella Viti un’altra indefinibile voce che ripeteva di continuo una parola invereconda; o nell’ingenuo riso di Aurora Seymour un altro indefinibile suono, rauco e gutturale, che ricordava un poco il rantolo dei gatti in su’ focolari e il tubare delle tortore ne’ boschi? Non sapeva le squisite depravazioni della contessa de Lùcoli che s’inspirava su i libri erotici, su le pietre incise e su le miniature; o gli invincibili pudori di Francesca Daddi che ne’ supremi aneliti, come un’agonizzante, invocava il nome di Dio? Quasi tutte le donne ch’egli aveva ingannato, o che lo avevano ingannato, erano là e gli sorridevano.
  • Ecco l’eroe! – disse il marito dell’Albónico, tendendogli la mano, con amabilità insolita, e stringendogliela forte.
  • Eroe da vero – aggiunse Donna Ippolita, col tono insignificante d’un complimento obbligato, parendo ignorare il dramma.
    Lo Sperelli s’inchinò e passò oltre, perché provava non so che imbarazzo d’innanzi a quella strana benevolenza del marito. Un sospetto gli balenò nell’animo, che il marito gli fosse grato d’aver attaccato briga con l’amante della moglie; e sorrise alla viltà di quell’uomo. Come si volse, gli occhi di Donna Ippolita s’incontrarono, si mescolarono con i suoi.
    Nel ritorno, dal mail-coach del principe di Ferentino vide fuggire verso Roma Giannetto Rùtolo con un piccolo legno a due ruote, al trotto fitto d’un gran roano ch’egli guidava chinato avanti, tenendo la testa bassa e il sigaro tra i denti, senza curarsi delle guardie che gli intimavano di mettersi nella fila. Roma, in fondo, si disegnava oscura sopra una zona di luce gialla come zolfo; e le statue in sommo della basilica di San Giovanni entro un ciel viola, fuor della zona, grandeggiavano. Allora ebbe Andrea la conscienza intera del male ch’egli faceva soffrire a quell’anima.
    La sera, in casa Giustiniani, disse all’Albónico:
  • Riman dunque fermo che domani, dalle due alle cinque, io vi aspetterò.
    Ella voleva chiedergli:
  • Come? non vi battete, domani?
    Ma non osò. Rispose:
  • Ho promesso.
    Poco tempo dopo, si accostò ad Andrea il marito, mettendoglisi a braccio con affettuosa premura, per chiedergli notizie del duello. Egli era un uomo ancor giovine, biondo, elegante, con i capelli molto radi, con l’occhio biancastro, con i due canini sporgenti fuor dalle labbra. Aveva una leggera balbuzie.
  • Dunque? Dunque? Domani, eh?
    Andrea non sapeva vincere la ripugnanza; e teneva il braccio teso lungo il fianco, per dimostrare che non amava quella familiarità. Come vide entrare il barone di Santa Margherita, si liberò dicendo:
  • Mi preme di parlare col Santa Margherita. Scusate, conte.
    Il barone l’accolse con queste parole:
  • Tutto è stabilito.
  • Bene. Per che ora?
  • Per le dieci e mezzo, alla Villa Sciarra. Spada e guanto di sala. A oltranza.
  • Chi sono gli altri due?
  • Roberto Casteldieri e Carlo de Souza. Ci siamo sbrigati sùbito, evitando le formalità. Giannetto aveva già pronti i suoi. Abbiamo steso il verbale di scontro, al Circolo, senza discussione. Cerca di non andare a letto troppo tardi; mi raccomando. Tu devi essere stanco.
    Per millanteria, uscendo di casa Giustiniani, Andrea andò al Circolo delle Cacce; e si mise a giocare cogli sportsmen napoletani. Verso le due il Santa Margherita lo sorprese, lo forzò ad abbandonare il tavolo, e volle ricondurlo a piedi fino al palazzo Zuccari.
  • Mio caro, – ammoniva, in cammino – tu sei troppo temerario. In questi casi, un’imprudenza può esser fatale. Per conservarsi intatta la vigoria, un buono spadaccino deve avere a sé medesimo le cure che ha un buon tenore per conservarsi la voce. Il polso è delicato quanto la laringe; le articolazioni delle gambe sono delicate quanto le corde vocali. Intendi? Il meccanismo si risente d’ogni minimo disordine; lo strumento si guasta, non obedisce più. Dopo una notte d’amore o di giuoco o di crapula, anche le stoccate di Camillo Agrippa non potrebbero andar diritte e le parate non potrebbero essere né esatte né veloci. Ora, basta sbagliare d’un millimetro per prendersi tre pollici di ferro in corpo.
    Erano al principio della via de’ Condotti; e vedevano, al fondo, la piazza di Spagna illuminata dalla piena luna, la scala biancheggiante, la Trinità de’ Monti alta nell’azzurro soave.
  • Tu, certo, – seguitò il barone – hai molti vantaggi su l’avversario: tra gli altri, il sangue freddo e la pratica del terreno. T’ho veduto a Parigi contro il Gavaudan. Ti ricordi? Gran bel duello! Ti battesti come un dio.
    Andrea si mise a ridere di compiacenza. L’elogio di quell’insigne duello gli gonfiava il cuore d’orgoglio, gli metteva nei nervi una sovrabbondanza di forze. La sua mano, istintivamente, stringendo il bastone faceva atto di ripetere il famoso colpo che trafisse il braccio al marchese di Gavaudan il 12 dicembre del 1885.
  • Fu – egli disse – una « contro di terza » e un « filo ».
    E il barone riprese:
  • Giannetto Rùtolo, su la pedana, è un discreto tiratore; sul terreno, è di primo impeto. S’è battuto una volta sola, con mio cugino Cassìbile; e n’è uscito male. Fa molto abuso di « uno, due » e di « uno, due, tre », attaccando. Ti gioveranno gli « arresti in tempo » e specialmente le « inquartate ». Mio cugino, appunto, lo bucò con una « inquartata » netta, al secondo assalto. E tu sei un tempista forte. Abbi però l’occhio sempre vigile, e cerca di conservar la misura. Sarà bene che tu non dimentichi d’avere a fronte un uomo a cui hai presa, dicono, l’amante e su cui hai levato il frustino.
    Erano nella piazza di Spagna. La Barcaccia metteva un chioccolìo roco ed umile, luccicando alla luna che vi si specchiava dall’alto della colonna cattolica. Quattro o cinque vetture publiche stavano ferme, in file, coi fanali accesi. Dalla via del Babuino giungeva un tintinnio di sonagli e un romor sordo di passi, come d’un gregge in cammino.
    A piè della scala, il barone s’accomiatò.
  • Addio, a domani. Verrò qualche minuto prima delle nove, con Ludovico. Tirerai due colpi, per scioglierti. Penseremo noi ad avvisare il medico. Va; dormi profondo.
    Andrea si mise su per la scala. Al primo ripiano si soffermò, attirato dal tintinnio dei sonagli, che s’avvicinava. Veramente, egli si sentiva un po’ stanco; a anche un po’ triste, in fondo al cuore. Dopo la fierezza suscitatagli nel sangue da quel colloquio di scienza d’arme e dal ricordo della sua bravura, una specie d’inquietudine l’invadeva, non bene distinta, mista di dubbio e di scontento. I nervi, troppo tesi in quella giornata violenta e torbida, gli si rilassavano ora, sotto la clemenza della notte primaverile. – Perché, senza passione, per puro capriccio, per sola vanità, per sola prepotenza, erasi egli compiaciuto di sollevare un odio e di rendere dolorosa l’anima di un uomo? – Il pensiero della orribile pena che certo doveva affliggere il suo nemico, in una notte così dolce, gli mosse quasi un senso di pietà. L’imagine di Elena gli traversò il cuore, in un baleno; gli tornarono nella mente le angosce durate un anno innanzi, quando egli l’aveva perduta, e le gelosie, e le collere, e gli sconforti inesprimibili. – Anche allora le notti erano chiare, tranquille, solcate di profumi; e come gli pesavano! – Aspirò l’aria, per ove salivano i fiati delle rose fiorite ne’ piccoli giardini laterali; e guardò giù nella piazza passare il gregge.
    La folta lana biancastra delle pecore agglomerate procedeva con un fluttuamento continuo, accavallandosi, a similitudine d’un’acqua fangosa che inondasse il lastrico. Qualche belato tremulo mescevasi al tintinno; altri belati, più sottili, più timidi, rispondevano; i butteri gittavano di tratto in tratto un grido e distendevano le aste, cavalcando dietro e a’ fianchi; la luna dava a quel passaggio d’armenti, per mezzo alla gran città addormentata, non so che mistero quasi di cosa veduta in sogno.
    Andrea si ricordò che in una notte serena di febbraio, uscendo da un ballo dell’Ambasciata inglese nella via Venti Settembre, egli ed Elena avevano incontrata una mandra; e la carrozza aveva dovuto fermarsi. Elena, china al cristallo, guardava le pecore passar rasente le ruote e indicava gli agnelli più piccoli, un un’allegria infantile; ed egli teneva il suo viso accosto al viso di lei, socchiudendo gli occhi, ascoltando lo scalpiccìo, i belati, il tintinno.
    Perché mai gli tornavano ora tutte quelle memorie di Elena? – Riprese a salire, lentamente. Sentì più grave, nel salire, la sua stanchezza; i ginocchi gli si piegavano. Gli lampeggiò d’improvviso il pensiero della morte. « S’io rimanessi ucciso? S’io ricevessi una cattiva ferita e n’avessi per tutta la vita un impedimento? » La sua avidità di vivere e di godere si sollevò contro quel pensiero lugubre. Egli disse a sé medesimo: « Bisogna vincere. » E vide tutti i vantaggi ch’egli avrebbe avuti da quell’altra vittoria: il prestigio della sua fortuna, la fama della sua prodezza, i baci di Donna Ippolita, nuovi amori, nuovi godimenti, nuovi capricci.
    Allora, dominando ogni agitazione, si mise a curare l’igiene della sua forza. Dormì fino a che non fu risvegliato dalla venuta dei due amici; prese la doccia consueta; fece distendere sul pavimento la striscia d’incerato; e invitò il Santa Margherita a tirar due « cavazioni » e quindi il Barbarisi a un breve assalto, durante il quale compì con esattezza parecchie azioni di tempo.
  • Ottimo pugno – disse il barone, congratulandosi.
    Dopo l’assalto, lo Sperelli, prese due tazze di tè e qualche biscotto leggero. Scelse un paio di calzoni larghi, un paio di scarpe comode e col tacco molto basso, una camicia poco inamidata; preparò il guanto, bagnandolo alquanto su la palma e spargendolo di pece greca in polvere: vi unì una stringa di cuoio per fermar l’elsa al polso; esaminò la lama e la punta delle due spade; non dimenticò alcuna cautela, alcuna minuzia.
    Quando fu pronto, disse:
  • Andiamo. Sarà bene che ci troviamo sul terreno prima degli altri. Il medico?
    Aspetta di là.
    Giù per le scale, egli incontrò il duca di Grimiti che veniva anche da parte della marchesa d’Ateleta.
  • Vi seguirò nella villa, e porterò poi sùbito la notizia a Francesca – disse il duca.
    Discesero tutti insieme. Il duca salì nel suo legnetto, salutando. Gli altri salirono nella carrozza coperta. Andrea non ostentava il buon umore, perché i motti prima d’un duello grave gli parevano di pessimo gusto; ma era tranquillissimo. Fumava, ascoltando il Santa Margherita e il Barbarisi discutere, a proposito d’un recente caso avvenuto in terra di Francia, se fosse o non fosse lecito adoperar la mano sinistra contro l’avversario. Di tratto in tratto, chinavasi allo sportello per guardar nella via.
    Roma splendeva, nel mattino di maggio, abbracciata dal sole. Lungo la corsa, una fontana illustrava del suo riso argenteo una piazzetta ancor nell’ombra; il portone d’un palazzo mostrava il fondo d’un cortile ornato di portici e di statue; dall’architrave barocco d’una chiesa di travertino pendevano i paramenti del mese di Maria. Sul ponte apparve il Tevere lucido fuggente tra le case verdastre, verso l’isola di San Bartolomeo. Dopo un tratto di salita, apparve la città immensa, augusta, radiosa, irta di campanili, di colonne e d’obelischi, incoronata di cupole e di rotonde, nettamente intagliata, come un’acropoli, nel pieno azzurro.
  • Ave, Roma. Moriturus te salutat – disse Andrea Sperelli, gittando il residuo della sigaretta, verso l’Urbe.
    Poi soggiunse:
  • In verità, cari amici, un colpo di spada oggi mi seccherebbe.
    Erano nella Villa Sciarra, già per metà disonorata dai fabricatori di case nuove; e passavano in un viale di lauri alti e snelli, tra due spalliere di rose. Il Santa Margherita, sporgendosi fuor dello sportello, vide un’altra carrozza, ferma sul piazzale, d’innanzi alla villa; e disse:
  • Ci aspettano già.
    Guardò l’orologio. Mancavano dieci minuti all’ora precisa. Fece fermare il legno; e insieme col testimone e col chirurgo si diressero verso gli avversari. Andrea rimase nel viale, ad attendere. Mentalmente, si mise a svolgere alcune azioni di offesa e di difesa, ch’egli intendeva eseguire con probabilità di esito; ma lo distraevano i vaghi miracoli della luce e dell’ombra per l’intrico dei lauri. I suoi occhi erravano dietro le apparenze dei rami commossi dal vento mattutino, mentre il suo animo meditava la ferita; e gli alberi, gentili come nelle amorose allegorie di Francesco Petrarca, gli facevano sospiri in sul capo ove regnava il pensiero del buon colpo.
    Sopraggiunse a chiamarlo il Barbarisi, dicendo:
  • Siamo pronti. Il custode ha aperto la villa. Abbiamo a disposizione le stanze terrene; una gran comodità. Vieni a spogliarti.
    Andrea lo seguì. Mentre si spogliava, i due medici aprivano i loro astucci dove riscintillavano i piccoli strumenti d’acciaio. Uno era ancor giovine, pallido, calvo, con le mani feminee, con la bocca un po’ cruda, con un continuo visibile attrito della mandibola inferiore sviluppata straordinariamente. L’altro era già maturo, fatticcio, sparso di lentiggini, con una folta barba rossastra, con un collo taurino. L’uno pareva la contraddizione fisica dell’altro; e la lor diversità richiamava l’attenzion curiosa dello Sperelli. Preparavano, sopra un tavolo, le fasce e l’acqua fenicata per disinfettar le lame. L’odore dell’acido spandevasi nella stanza.
    Quando lo Sperelli fu in assetto, uscì col suo testimone e con i medici, sul piazzale. Ancóra una volta, lo spettacolo di Roma tra le palme attrasse i suoi sguardi e gli diede un gran palpito. L’impazienza l’invase. Egli avrebbe voluto già trovarsi in guardia e udire il comando dell’attacco. Gli pareva d’aver nel pugno il colpo decisivo, la vittoria.
  • Pronto? – gli chiese il Santa Margherita, andandogli incontro.
  • Pronto.
    Il terreno scelto era a fianco della villa, nell’ombra, sparso di fina ghiaia e battuto. Giannetto Rùtolo stava già all’altra estremità, con Roberto Casteldieri e con Carlo de Souza. Ciascuno aveva assunto un’aria grave, quasi solenne. I due avversarii furono posti l’uno di fronte all’altro; e si guardarono. Il Santa Margherita, che aveva il comando del combattimento, notò la camicia di Giannetto Rùtolo fortemente inamidata, troppo salda, con il colletto troppo alto; e fece osservar la cosa al Casteldieri, ch’era il secondo. Questi parlò al suo primo; e lo Sperelli vide il nemico accendersi d’improvviso nel volto e con un gesto risoluto far l’atto di scamiciarsi. Egli, con tranquillità fredda, seguì l’esempio; si rimboccò i pantaloni; prese dalle mani del Santa Margherita il guanto, la stringa e la spada; si armò con molta cura, e quindi agitò l’arma per accertarsi di averla bene impugnata. In quel moto, il bicipite emerse visibilissimo, rivelando il lungo esercizio del braccio e l’acquisito vigore.
    Quando i due stesero le spade per prendere la misura, quella di Giannetto Rùtolo oscillava in un pugno convulso. Dopo l’ammonimento d’uso intorno la lealtà, il barone di Santa Margherita comandò con una voce squillante e virile:
  • Signori, in guardia!
    I due scesero in guardia nel tempo medesimo, il Rùtolo battendo il piede, lo Sperelli inarcandosi con leggerezza. Il Rùtolo era di statura mediocre, assai smilzo, tutto nervi, con una faccia olivastra a cui davan fierezza le punte de’ baffi rilevate e la piccola barba acuta in sul mento, alla maniera di Carlo I ne’ ritratti del Van Dyck. Lo Sperelli era più alto, più slanciato, più composto, bellissimo nell’attitudine, fermo e tranquillo in un equilibrio di grazia e di forza, con in tutta la persona una sprezzatura di grande signore. L’uno guardava l’altro entro gli occhi; e ciascuno provava internamente un indefinibile brivido alla vista dell’altrui carne nuda contro cui appuntavasi la lama sottile. Nel silenzio, udivasi il mormorio fresco della fontana misto al fruscìo del vento su per i rosai rampicanti ove le innumerevoli rose bianche e gialle tremolavano.
  • A loro! – comandò il barone.
    Andrea Sperelli aspettava dal Rùtolo un attacco impetuoso; ma colui non si mosse. Per un minuto, ambedue rimasero a studiarsi, senza avere il contatto del ferro, quasi immobili. Lo Sperelli, chinandosi ancor più su’ garretti, in guardia bassa, si scoperse interamente, col portar la spada molto in terza; e provocò l’avversario, con l’insolenza degli occhi e col batter del piede. Il Rùtolo venne innanzi con una finta di botta diritta, accompagnandola con una voce, alla maniera di certi spadaccini siciliani; e l’assalto incominciò.
    Lo Sperelli non isviluppava alcuna azione decisiva, limitandosi quasi sempre alle parate, costringendo l’avversario a scoprire tutte le intenzioni, a esaurire tutti i mezzi, a svolgere tutte le varietà del gioco. Parava netto e veloce, senza ceder terreno, con una precision mirabile, come s’ei fosse su la pedana, in un’academia di scherma, d’innanzi a un fioretto innocuo; mentre il Rùtolo attaccava con ardore, accompagnando ogni botta con un grido spento, simile a quello degli abbattitori d’alberi in esercitar l’accetta.
  • Alt! – comandò il Santa Margherita, a’ cui vigili occhi non isfuggiva alcun moto delle due lame.
    E si accostò al Rùtolo, dicendo:
  • Ella è toccato, se non erro.
    Infatti, colui aveva una scalfittura su l’antibraccio, ma così lieve che non ci fu nemmen bisogno del taffetà. Alenava però; e la sua estrema pallidezza, cupa come un lividore, era un segno dell’ira contenuta. Lo Sperelli, sorridendo, disse a bassa voce al Barbarisi:
  • Conosco ora il mio uomo. Gli metterò un garofano sotto la mammella destra. Sta attento al secondo assalto.
    Poiché, senza badarci, egli posò a terra la punta della spada, il dottor calvo, quel della gran mandibola, venne a lui con la spugna imbevuta d’acqua fenicata e disinfettò di nuovo la lama.
  • Per iddio! – mormorò Andrea al Barbarisi. – M’ha l’aria d’un iettatore. Questa lama si rompe.
    Un merlo si mise a fischiare tra gli alberi. Ne’ rosai qualche rosa sfogliavasi e disperdevasi al vento. Alcune nuvole a mezz’aria salivano incontro al sole, rade, simili a velli di pecore; e si disfacevano in bioccoli; e a mano a mano si dileguavano.
  • In guardia!
    Giannetto Rùtolo, conscio della sua inferiorità al paragon del nemico, risolse di lavorar sotto misura, alla disperata, e di rompere così ogni azion seguita dell’altro. Egli aveva da ciò la bassa statura e il corpo agile, esile, flessibile, che offriva assai poco bersaglio ai colpi.
  • A loro!
    Andrea Sperelli sapeva già che il Rùtolo sarebbesi avanzato in quel modo, con le solite finte. Egli stava in guardia inarcato come una balestra pronta a scoccare, intento per scegliere il tempo.
  • Alt! – gridò il Santa Margherita.
    Il petto del Rùtolo faceva un po’ di sangue. La spada dell’avversario eragli penetrata sotto la mammella destra, ledendo i tessuti fin quasi alla costola. I medici accorsero. Ma il ferito disse sùbito al Casteldieri, con voce rude, in cui sentivasi un tremito di collera:
  • Non è nulla. Voglio seguitare.
    Egli si rifiutò di rientrare nella villa per la medicatura. Il dottor calvo, dopo aver spremuto il piccolo fòro, appena sanguinante e dopo avergli fatta una lavanda antisettica, applicò un semplice pezzo di drappo; e disse:
  • Può seguitare.
    Il barone, per invito del Casteldieri, senza indugio comandò il terzo assalto.
  • In guardia!
    Andrea Sperelli s’avvide del pericolo. Di fronte a lui il nemico, tutto raccolto su i garretti, quasi direi nascosto dietro la punta della sua lama, appariva risoluto a un supremo sforzo. Gli occhi gli brillavano singolarmente e la coscia sinistra, per l’eccessiva tension de’ muscoli, gli tremava forte. Andrea questa volta, contro l’impeto, si preparava a gittarsi da banda per ripetere il colpo decisivo del Cassìbile, e il disco bianco del drappo sul petto ostile servivagli da bersaglio. Egli ambiva rimettere ivi la stoccata ma trovar lo spazio intercostale, non la costa. D’intorno, il silenzio pareva più profondo; tutti gli astanti avevano conscienza della volontà micidiale che animava que’ due uomini; e l’ansietà li teneva, e li stringeva il pensiero di dover forse ricondurre a casa un morto o un morente. Il sole, velato dalle pecorelle, spandeva una luce quasi lattea; le piante, or sì or no, stormivano; il merlo fischiava ancóra, invisibile.
  • A loro!
    Il Rùtolo si precipitò sotto misura, con due giri di spada e con una botta in seconda. Lo Sperelli parò e rispose, facendo un passo indietro. Il Rùtolo incalzava, furioso, con stoccate velocissime, quasi tutte basse, non accompagnandole più con i gridi. Lo Sperelli, senza sconcertarsi a quella furia, volendo evitare un incontro, parava forte e rispondeva con tale acredine che ogni sua botta avrebbe potuto passar fuor fuora il nemico. La coscia del Rùtolo, presso l’inguine, sanguinava.
  • Alt! – tuonò il Santa Margherita quando se n’accorse.
    Ma in quell’attimo appunto lo Sperelli, facendo una parata di quarta bassa e non trovando il ferro avversario, ricevé in pieno torace un colpo; e cadde tramortito su le braccia del Barbarisi.
  • Ferita toracica, al quarto spazio intercostale destro, penetrante in cavità, con lesione superficiale del polmone – annunziò nella stanza, quand’ebbe osservato, il chirurgo taurino.